Una rete per i malati di Parkinson

Rivista No. 134/2019


Una rete per i malati di Parkinson

Il fisioterapista e libero docente (PD) Dr. phil. Tim Vanbellingen descrive la relazione esistente tra i parkinsoniani e la rete di terapisti.

Il fisioterapista rappresenta spesso solo un anello di congiunzione all’interno della rete di supporto creata attorno alla persona con Parkinson e i suoi familiari. In questo contesto, è auspicabile una buona collaborazione tra il fisioterapista e il medico curante o il neurologo. A dipendenza della problematica individuale, nel processo di cura sono già coinvolti altri esperti di Parkinson attivi nel campo dell’ergoterapia, della logopedia, della neuropsicologia o delle cure infermieristiche specifiche. Nell’ambito di questo approccio interdisciplinare, tutti gli operatori perseguono un obiettivo comune: il miglioramento della situazione di vita, vale a dire della qualità di vita, del parkinsoniano e dei suoi congiunti.

Terapista – paziente – familiari
Il fisioterapista allena insieme al paziente diverse strategie motorie che consentono a quest’ultimo di gestire più agevolmente la quotidianità. Mediante un piano terapeutico su misura – ossia studiato per rispondere esattamente alle esigenze del paziente – il fisioterapista può inoltre prevenire problemi di salute secondari, quale ad esempio una perdita di forza e resistenza.

Nello stadio iniziale della malattia di Parkinson, la finalità principale del trattamento fisioterapico consiste nell’evitare l’inattività. Le misure adottate mirano a spiegare ai pazienti e ai loro cari cosa si può fare per mantenere uno stile di vita attivo. In questa fase, il fisioterapista dovrebbe anche attirare l’attenzione dei diretti interessati sulle offerte esistenti in Svizzera, quali ad esempio corsi di tango o di tai chi, manifestazioni informative o gruppi di auto-aiuto (cfr. www.parkinson.ch). Ciò consente di iniziare subito a costruire una piccola rete regionale intorno alla persona affetta. Spesso i malati di Parkinson pongono inoltre domande a cui non è stata data una risposta univoca durante gli incontri con il medico curante o il neurologo: cosa bisogna allenare, come e con quale frequenza? Ed è veramente necessario farlo?

In generale, il ruolo del fisioterapista acquista maggiore importanza man mano che la malattia progredisce: pur beneficiando di una buona assistenza medica, numerosi parkinsoniani sono infatti confrontati a crescenti limitazioni della mobilità, fra le quali rientrano difficoltà a compiere diversi trasferimenti, ad alzarsi, a mantenere la postura e l’equilibrio, a camminare. A loro volta, queste difficoltà possono comportare una perdita di autonomia nella vita quotidiana. Lavorando insieme al fisioterapista, negli stadi più avanzati della malattia le persone con Parkinson e i loro familiari apprendono «trucchi» mirati che semplificano la gestione dei problemi motori: ad esempio si possono allenare strategie di cueing (impulsi di comando) per facilitare i cambiamenti di posizione o superare i blocchi motori. Le cues (stimoli, trucchi) possono essere linee tracciate sul pavimento, oppure stimoli uditivi come il contare a voce alta, brevi comandi o il ritmo scandito da un metronomo. Una volta che sono ben allenati, questi trucchi agevolano la mobilità nella vita di ogni giorno.

Ricerca

Negli ultimi anni, la ricerca si concentra soprattutto sullo studio dell’impiego di nuove tecnologie nella fisioterapia. Fra queste spiccano l‘exergaming, i sensori portatili e le applicazioni per smartphone o tablet. Il termine exergaming (parola inglese composta da exercise, esercizio fisico, e gaming, giochi al computer) indica videogiochi con una componente di attività fisica che si avvalgono, fra l’altro, anche di cosiddetti sensori Kinect per il rilevamento dei movimenti corporei. I sensori portatili applicati al polso o alla caviglia del paziente misurano l’attività fisica, rispettivamente il numero di passi nella vita quotidiana. In futuro, altri sensori portatili potranno inoltre registrare meglio sintomi parkinsoniani quali il tremore o le discinesie. Le applicazioni per smartphone o tablet possono avere un contenuto informativo, ma anche mettere a disposizione svariati esercizi specifici da svolgere a casa. Tutte queste nuove tecnologie sono fruibili come complemento dell’offerta terapeutica attuale, e verosimilmente possono contribuire a incrementare la qualità terapeutica. PD Dr. phil. Tim Vanbellingen

Files:
IT_magazin_134.pdf(1,30 Mi)

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