Il rapporto neurologo – medico di famiglia – paziente

Rivista No. 135/2019


Il rapporto neurologo – medico di famiglia – paziente

I neurologi sfruttano diverse fonti per trovare la migliore terapia possibile per i malati di Parkinson. A tal fine, svolge un ruolo essenziale la buona comunicazione tra tutte le persone coinvolte.

L’elevata qualità dell’assistenza sanitaria offerta in Svizzera è in buona parte merito dei medici di famiglia. Nel caso ideale, ogni paziente ha il proprio medico di famiglia che funge da punto di riferimento in cui confluiscono tutte le informazioni e che è responsabile non solo dell’assistenza di base, bensì anche del coordinamento della terapia messa a punto da uno o più specialisti. Questo aspetto è particolarmente importante per le persone con Parkinson: da solo, senza il medico di famiglia come interlocutore, il neurologo non può garantire una cura ottimale al suo paziente. Già, perché chi altro – se non il medico di famiglia – pensa alla vaccinazione antinfluenzale, cuce un taglio dopo una caduta, tiene d’occhio la pressione sanguigna o controlla la compatibilità tra i farmaci non neurologici e la terapia prescritta dal neurologo? Fortunatamente, spesso questa collaborazione funziona molto bene. Uno scambio d’idee informale e regolare tra il neurologo e il medico di famiglia consente di prevenire o individuare precocemente eventuali problemi oppure, in casi d’emergenza, di accordarsi e intervenire senza perdere tempo. Il feedback del medico di famiglia è straordinariamente importante, anche se si limita a una frase del tipo «C’è qualcosa che non mi piace: può dare un’occhiata?».

Una difficoltà particolare è rappresentata dai parkinsoniani che consultano diversi neurologi. Di principio, un malato di Parkinson ha bisogno di un solo neurologo. Può però capitare che il neurologo responsabile della terapia antiparkinson deleghi taluni aspetti speciali a un collega provvisto di una subspecializzazione: è il caso ad esempio nel trattamento con iniezioni di tossina botulinica o con stimolazione cerebrale profonda. Posta una buona comunicazione e una chiara definizione delle competenze, di norma la collaborazione funziona bene e tutti sanno cosa fanno gli altri.

Ai pazienti io chiedo pertanto una cosa: la franchezza. Più la comunicazione tra medico e paziente è franca e aperta, più la loro alleanza è solida ed efficace. Nella mia veste di neurologo, voglio sapere quali terapie alternative vengono utilizzate, quali farmaci per aumentare la potenza vengono ordinati su Internet, chi altro ha voce in capitolo e quali farmaci non sono stati assunti come prescritto. Quando lavoravo nel sistema sanitario francese, che è piuttosto autoritario, mi è successo diverse volte di avere a che fare con pazienti che non osavano dirmi di non aver preso un farmaco o di non volerlo prendere. Non dimenticherò mai il caso di una paziente i cui sintomi parkinsoniani non ne volevano sapere di rispondere alla levodopa, sebbene io avessi gradualmente aumentato il dosaggio. Non riuscivo a capacitarmene, finché un giorno la paziente, visibilmente imbarazzata, mi confessò: «Vous savez, je n’ai jamais pris ces gélules. » Non aveva mai assunto il farmaco per paura degli effetti collaterali.

Quando si è confrontati a una patologia multiforme come il Parkinson, con sintomi che a volte cambiano di ora in ora, assumono somma importanza proprio le osservazioni che sfuggono all’occhio del medico nel breve tempo di una visita. Il feedback del fisioterapista, della logopedista, dello Spitex e dei familiari completa un quadro che, se si limitasse alle impressioni momentanee raccolte durante la consultazione, rimarrebbe parziale e inaffidabile. Nel caso dei parkinsoniani residenti in istituto, le annotazioni sul decorso fatte dal personale curante rappresentano importanti complementi dell’anamnesi e devono essere lette dal neurologo. Visto che la malattia di Parkinson non causa solo sintomi motori, bensì influisce anche sul comportamento e sulla memoria, talune informazioni sono scabrose, intime, e non vengono quasi mai comunicate pontaneamente. Inoltre spesso il paziente percepisce le cose in modo diverso dai suoi cari: ecco perché è importante che i familiari accompagnino il parkinsoniano alle visite mediche e contribuiscano a completare l’anamnesi, soprattutto se sono sorti dei conflitti. In questo caso, diventa ancora più essenziale un forte rapporto di fiducia tra medico e paziente. In determinate situazioni può rendersi necessario anche l’aiuto di uno psichiatra, con il quale il neurologo e il medico di famiglia devono mantenere una stretta relazione. Un tema particolarmente delicato è rappresentato dalle alterazioni del comportamento indotte da certi farmaci, alterazioni che possono sfociare ad esempio in manifestazioni di ipersessualità o spese sfrenate. Come neurologo, devo porre domande che riguardano anche sfere molto intime. Tuttavia rimango sempre e comunque l’«avvocato» del paziente, anche se a volte davanti a me si aprono abissi inattesi.

Un problema può essere capito e risolto soltanto se viene comunicato. Solo una buona comunicazione tra il neurologo, il medico di famiglia, il paziente, i familiari e tutti gli altri curanti permette di comprendere la situazione del paziente e di lavorare insieme per scegliere la migliore terapia possibile e applicarla. PD Dr. med. Michael Schüpbach


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